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giovedì 27 maggio 2010

Il sole a strisce. 5

Febbraio. Quando incontro per la prima volta *** rimango basito. Quanti anni deve avere..settanta? Il corpo incurvato, il viso rugoso e un paio di occhialetti tondi danno a questo sudamericano un’aria quasi buffa. Non posso fare a meno di provare subito tenerezza e simpatia per lui. In Italia un signore del genere riesco ad immaginarmelo alla bocciofila, a giocare a carte davanti a un bicchiere di vino rosso.
Se non fosse che ci troviamo in un carcere giordano. E che lui, sudamericano, è dentro per droga e si trova a oltre 10mila chilometri di distanza dal suo Paese. Un solo viaggio, ma gli hanno trovato addosso parecchi chili di cocaina.
Gli mancano i vestiti, la maglietta che ha su gliel’ha data il sacerdote che lo visita da un po’ di tempo. Non ha abbastanza soldi per comprarsi le cose all’interno della prigione (la lametta da barba o le sigarette). Non parla una parola di arabo, e non riesce nemmeno a comunicare col medico del carcere per raccontargli dei suoi problemi di salute. L’unico che gli da’ una mano è un ragazzo peruviano di 19 anni, anch’egli dentro per droga, che gli fa da traduttore.
Ha lasciato sette figlie in Bolivia, l’ha fatto per loro. Tutte ragazze, mi dice orgoglioso, e che hanno bisogno di lui. Ora mi chiede di aiutarlo, di aiutarle, mi strattona la giacca e mi chiede di aiutarlo. Mi prende molta pena per lui. E’ qua solo da cinque mesi, e se davvero sarà condannato per droga non uscirà di prigione prima di 10-15 anni. Gli dico che ne parlerò con i miei colleghi, che cercheremo di aiutarlo. Che faremo il possibile. Ma cosa faremo esattamente? Non ne ho idea.

- ***** -
Maggio. In questi mesi sono tornato più volte a trovare ***. E’ sempre lì. Gli abbiamo portato dei vestiti, delle carte telefoniche, dei soldi per comprarsi le sigarette. Abbiamo cercato di trovargli una tutela legale ma non ci siamo ancora riusciti. Quando mi vede si illumina, e mi rendo conto che per lui questi quindici minuti sono importanti. Passa due, tre, anche quattro settimane ad aspettare il mio ritorno. Saluti, sorrisi, conversazioni tra due (quasi) perfetti sconosciuti. 15 minuti.

sabato 13 marzo 2010

Il sole a strisce.4


Ci sono cose che spesso sottovalutiamo, o addirittura non consideriamo.
Riusciamo a concentrarci così tanto su quello che stiamo facendo, da tralasciare i particolari, non accorgerci di tutto il resto. Ci facciamo prendere dal ruolo che ricopriamo che tutto passa in secondo piano.

Io visito prigioni e prigionieri.
Io so tutto di prigioni e prigionieri.
Il mio lavoro è visitare prigioni e prigionieri.

Ho visto sua madre, suo padre, i suoi zii piangere per lui e cercare conforto presso il prete giordano che era venuto con noi. Ho provato pena per quella famiglia divisa dal vetro del parlatoio. Ho detto a quella donna vecchia e stanca, in italiano, che tutto si sarebbe sistemato. Credevo che fosse importante dirglielo. Anche se non capiva le mie parole.

Ho finito di tradurre la relazione che il prete ci ha mandato su di lui.
Ha ucciso la sorella perchè l'ha trovata con un uomo che non era il marito.
Lavare l'onta nel sangue, per cosa? Per le sorelle nubili. Per un nome.
Con l'intera famiglia dalla sua.

No, non credo più che tutto si sistemerà.
Non so più cosa sia importante dire. O fare.
In un paese dove l'onore della famiglia vale più del sangue di una figlia.



martedì 23 febbraio 2010

Il sole a strisce.2

Primavera



Le loro vesti lunghe strisciano a terra, nella polvere. Sono più alta di loro di una spanna buona. La mia testa scoperta si nota, là in mezzo. E parecchio. Mi guardano. Io nel dubbio sorrido. Mi guardo attorno. Loro mi guardano da tutto intorno. I bambini ridono, piangono, si stufano. Nessuno fa la fila. Una di loro, con il viso coperto, mi fa passare. Sono straniera.

Nome. Marta.
Marta e poi. Ghezzi.
Come. Ghezzi.
Chi visiti. ***
Chi è. Un amico.
Da dove viene. Da ***
E tu no. No
E come fai ad essere sua amica. Lavoro per Caritas.
Da dove vieni. Dall'Italia.
E lui no. No.
Amici. Sì.
Entra e chiudi la porta. Va bene.
Perchè sei sua amica. Come perchè?
Parli arabo. Un po'.
Mi capisci. Sì.
Perchè sei sua amica. Lavoro per Caritas.
Di dov'è lui? Di ***
Mmmm. Già.
Glielo chiedi in inglese.
Perchè sei sua amica. Ma cosa vuol dire 'perchè'?
Come si chiama lui. ***
Amica. Sì.
Tieni.

Prendo permesso di visita e passaporto. Io esco.

Il clima dentro è diverso. La gente sorride, le guardie chiamano per nome i parenti dei detenuti. Tutti assieme in uno stanzone, di qua dal vetro i liberi, di là i prigionieri.
Lui l'ho perso. Non so nemmeno che faccia abbia, ma l'ho perso. Forse è al bar, mi dicono.

Sei la moglie. Come?
Lui è tuo marito. No.
Amici. Sì.

Poi arriva. Si scusa. Era a lezione di arabo e non si aspettava una visita. Pensava si fossero sbagliati.
Quasi dieci anni meno di me. Si ride, si scherza. Tra amici si fa così.

Io esco.
Mentre rispondevo a domande senza il punto interrogativo, perchè tanto le risposte le sapevano già, deve essere arrivata la primavera e io ero distratta.
Le colline sono verdi, il cielo è azzurro, l'aria fredda.

lunedì 15 febbraio 2010

Il sole a strisce.1

Martedì mattina


Sono sempre le stesse facce, il martedì. È come darsi appuntamento. C’è il venerabile anziano che arriva sempre e solo fino alla porta del parlatoio ma non entra. C’è un ragazzo giovane, con la barba, che passa tutto il tempo a guardarsi la punta delle scarpe a punta. Ci sono quei due genitori distrutti dal dolore, che si tengono su a vicenda, che si sorreggono anche fisicamente.

Poi ci siamo noi. E sempre la stessa scena. Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite? Siete amici? Perché intanto che ci siete non visitate tutta la prigione, eh? Domande inutili, urlate dall’altra parte del bancone, risatine. E i documenti, e la trascrizione in arabo dei nostri assurdi nomi europei, e la trascrizione degli assurdi nomi delle nostre ‘amiche’ latine, e c’è sempre un problema, sempre un errore, poi le discussioni, la perquisizione fisica, le guardie che ci squadrano perché ancora non hanno capito cosa ci andiamo a fare, in un posto del genere.

Faceva freddo. Solita attesa, sotto la solita tettoia, in un solito martedì di febbraio.

Sono scesi tutti dallo stesso taxi. I due più piccoli ridevano, si spintonavano, correvano in giro. La grande, dall’alto dei suoi forse 14 anni, ha pagato il tassista, ha recuperato tutti e tre i fratelli, li ha fatti sedere sulle panchine di metallo, gelide, fuori dalla prigione di Juweideh, Amman, Giordania.

Glielo si leggeva in viso, quel viso non più da bambina ma non ancora da donna, il peso di quel martedì mattina. I piccoli continuavano a fare rumore, a scappare rincorrendosi. Quella un po’ più grande, la seconda del gruppetto, avrà avuto una decina d’anni, mi spiava. Quando incrociavo il suo sguardo, mi sorrideva. Non poteva farci nulla. Mi trovava buffa, forse. Dovevamo essere ben strani, quattro personaggi che parlano lingue diverse e che aspettano, di martedì mattina, al freddo, sotto la tettoia, davanti all’unico carcere femminile del paese.

Finalmente ci hanno chiamati per il controllo dei documenti. Le guardie, per farsi volere bene, ci hanno fatto passare avanti tutti i giordani della fila, tutti tranne loro. Li abbiamo fatti passare avanti noi.

La più grande neanche ci arrivava al banco. Stava in punta di piedi, allungata verso la guardia, con dei fogli in mano. Chi siete? Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite?

Veniamo a trovare la mamma.

Mi sono passati davanti, i piccoli correndo, quella un po’ più grandina sorridendomi. Sono entrati nello sgabuzzino della perquisizione. Le guardie hanno perquisito quattro bambini soli.

Al parlatoio erano affianco a me. Io tentavo disperatamente di capire cosa la mia ‘amica’ mi dicesse, di là dal vetro, sopra le urla delle guardie e i pianti dei parenti. I piccolini si rincorrevano, su e giù per il corridoio. Una guardia li ha presi su e in malo modo li ha riportati alla sorella grande. Lei ha passato la cornetta a tutti e tre. A turno hanno salutato la mamma.

Fuori aspettavo che i colleghi finissero, fumando una sigaretta. I quattro fratelli sono usciti. I piccoli sempre correndo. Quella un po’ più grandina mi ha sorriso. Devo essere proprio buffa, qui. La grande camminava guardando a terra e strattonando la sorella che restava indietro. All’incrocio ha fatto un gesto. Un taxi si è fermato e si è portato via i quattro bambini. Soli.

sabato 16 gennaio 2010

Il sole a strisce.0

Le ragazze escono dalle celle a piccoli gruppi e si allineano nel cortile interno. Filippine cingalesi, indonesiane: ne contiamo circa quaranta, ma probabilmente ce ne sono almeno altrettante rimaste dentro. Basta volgere lo sguardo alle porte di ferro ormai chiuse, dove decine di volti incuriositi si alternano febbrilmente dietro gli spioncini. Devono avere tra i venti e i trent’anni, forse di più. Alcune ci salutano con un sorriso, incredule di ricevere finalmente una visita.

Siamo nella sezione femminile del carcere di Juweideh, periferia meridionale di Amman. Qui si trova l’unico carcere femminile della Giordania, con tanto di sezione per le cosiddette detenute temporanee. Qui vengono condotte le donne immigrate clandestine con permesso di soggiorno scaduto.

Riesco a parlare con una ragazza filippina. Con la voce rotta dal pianto mi racconta di esser venuta in Giordania per lavorare come collaboratrice domestica, e di esser stata trovata dalla polizia sprovvista di permesso di soggiorno. Non si può permettere di pagare la multa, così le autorità la trattengono in carcere. Un’altra ragazza mi dice di aver già pronti i soldi per potersi “comprare” l’uscita dal Paese, e di aver ancora abbastanza denaro per il viaggio di ritorno nelle Filippine, ma per qualche ragione è ancora in carcere. Qualcosa deve essersi inceppato ed è ancora qui, da più di due mesi.

Sono partito da questa piccola esperienza per raccontare il dramma delle lavoratrici domestiche straniere in Giordania. La stragrande maggioranza di queste provengono dall’Asia Meridionale e Orientale, soprattutto da Indonesia, Filippine e Sri Lanka. Lasciano il Paese di origine sperando di trovare qui un lavoro dignitoso, contribuendo così a sostenere la famiglia rimasta in patria, ma finiscono spesso in una spirale interminabile di sfruttamento: sono vittime di abusi e maltrattamenti – se non di veri e propri pestaggi - da parte dei propri datori di lavoro; lavorano dalle 16 alle 19 ore giornaliere, spesso dovendo aspettare mesi per ricevere lo stipendio o parte di esso (a volte sono le agenzie di reclutamento a trattenere parte dei soldi); vengono tenute segregate nella casa dove lavorano per impedirne la fuga.

A volte, anche quando le ragazze riescono a fuggire, l’amara sorpresa è dietro l’angolo. Impossibile lasciare il paese: il datore di lavoro, responsabile per legge dell’adempimento, non ha mai provveduto all’estensione del loro permesso di soggiorno. Non potendo pagare la multa – ogni giorno di presenza irregolare in Giordania costa alla persona un dinaro e mezzo – le ragazze finiscono così in carcere, senza sapere se e quando riusciranno a uscire. In alcuni casi la situazione è ancora peggiore: non volendo rischiare conseguenze penali o amministrative per l’irregolarità, alcune famiglie cercano di liberarsi delle lavoratrici denunciandole alla polizia per maltrattamenti o per furto (è recente la notizia di una collaboratrice cingalese imprigionata, e poi rilasciata per mancanza di prove, in seguito all’accusa di aver rubato alcuni gioielli e aver abusato della bambina della famiglia presso cui lavorava).

Del resto, come mi dice una terza ragazza a Juweideh, la fuga può anche essere sorprendentemente breve. Una volta raggiunto il miraggio del rimpatrio, molte sue connazionali hanno ripreso subito la strada della Giordania, finendo nuovamente in carcere. Lei però non ci potrà riprovare: sul passaporto le hanno messo un timbro recante la scritta “Denied Entry”, che verosimilmente le impedirà di rivedere le colline di Amman per almeno cinque anni.

Secondo Amnesty International sarebbero oltre 70.000 le collaboratrici domestiche presenti in Giordania, di cui circa 30.000 non registrate. Diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno denunciato questa pratica, in contrasto con le stesse leggi giordane. Lo stesso governo si sarebbe impegnato a emendare la propria legislazione del lavoro, promettendo di dedicare un’attenzione specifica ai diritti delle lavoratrici domestiche.


Per chi volesse ulteriormente approfondire la questione:
Report di Amnesty International;

Analisi di Human Rights Watch sulla nuova legislazione del lavoro in Giordania;

Articolo del Jordan Times a proposito di un recente caso di maltrattamento.

martedì 17 novembre 2009

Vite nell'acquario

Sette anni e mezzo. Più cinquemila dinari di multa.

Leggevo le labbra, senza sentire cosa dicessero.
Sara parlava con loro, urlando nella cornetta per farsi sentire al di sopra delle urla delle guardie.
Pesci nell'acquario. Gli occhi vivi, i sorrisi aperti di chi è DAVVERO contento di vederti. Perchè non ha nient'altro da fare che aspettare te. Tutto il giorno, per sette anni e mezzo.

Non ci sono foto in questo post, perchè per andare a fare visita alle detenute non puoi portare nulla con te. Lasci lì quindici minuti della tua vita. Hai in cambio tutta la loro.