domenica 28 febbraio 2010

1. ONE

2010 02 11, Milano.

Mi giro e mi trovo di fronte una donna completamente blu. Non ho ancora visto Avatar, ma ora è lui che guarda me. Conseguenza del ritrovarmi in mezzo ad un raduno di cosplayer. Quando Ken il guerriero sfida la realtà dall’alto di un metro di passerella capisco che 2 parole sulla fine della missione dovrò scriverle. Due parole vorrei scriverle. Poi Julia lo raggiunge, i due si baciano, ed io mi dico che non è ancora ora. Ora. Mi giro intorno, sono l’unico “in borghese” e, in quanto tale, diverso.
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Lui è Douihg, un giovane Morgan: “Zingaro dei mari”. Un mese fa aveva tutte le dita, ma poi è successo che nella palafitta in cui vive con altri 2 ragazzi sono scomparsi dei soldi. Nessuno era stato. In questi casi la prova del fuoco rivelerà il colpevole. E così i tre cacciano la mano destra nelle braci: il 1° a levarla sarà il colpevole, lo sanno tutti. Ma nessuno ritira l’arto per un bel po’, fin quando non iniziano ad avvampare. Douigh perde l’anulare. I soldi saltano fuori, erano semplicemente sotto a dei panni, nessuno li aveva nascosti. Il fuoco non mente.


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Non è facile uscire dalle caselline. Quando una letterina è scritta in una casellina non ne esce più. Non è così semplice. Alcune persone non si rassegnano all’idea che io viva in Italia. Ogni volta che m’incrociano si sorprendono:
“Cosa ci fai tu a Milano?”
“Ci vivo”
“Beh, ma sei qua di passaggio, vero?”
“Siamo tutti qua di passaggio”
“Ma quando riparti?”
“Non saprei, non ho viaggi in programma”
“Non me lo vuoi dire?”
“No, è che davvero… ok, riparto ad aprile”
“Per dove?”
“Vado nel Combala”
“Ah, ecco, appunto, non ci sei mai!”
“Già”

Credo rassicuri sapere che io sia a spasso per il mondo: non so se x’ questo lo renda un posto migliore ai loro occhi, o forse x’ rende me una persona migliore, o forse ancora rende loro stesse persone migliori. Non credo si tratti soltanto di un economizzatore cognitivo: certo, è + facile non modificare il file nella loro testa “Paolo fuori dall’Italia”, ma non è solo quello. Percepisco in loro una sorta di delusione quando temono che io abbia deciso di fermarmi.

Ciò messo anni a capire che il logo della Feltrinelli rappresenta una F rovesciata. Era un logo che non avevo mai interpretato. Non mi era mai messo a cercare di capire da dove venisse. E dove andasse. Non mi era mai interessato farlo: la casellina in cui si trovava mi andava benissimo.
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Dov’erano finiti i Morgan ai tempi dello tsunami? Erano sulle colline: gli antenati li avevano tramandato che quando il mare si ritira poi ritorna. Più si ritira, più ritorna. Se si ritira un casino, poi è un casino. E mentre i turisti occidentali facevano foto ricordo sull’inaspettato bagnasciuga e i thailandesi raccoglievano pesci e ostriche scoperti dal rientro delle acque, loro salirono spaventati sulle colline. Per salvarsi.

Scelta identica la presero i Jarawa, sulle Andamane: loro sapevano che in questi casi bisognava seguire gli animali, e allora si misero dietro ai cani che fuggivano nell’entroterra. Per salvarsi.
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L’aereo che ci porta a casa sta sospeso per una notte lunghissima, viaggiamo colla luna, che cammina con noi. Avere la luna dalla propria parte è diverso da avere la luna e basta: è il sogno di un vampiro, non l’incubo di un lunatico. Quando atterro soffice sul manto innevato di Malpensa appena illuminato dall’alba, mi chiedo se mai Natale è passato. Sensazione che si prova quando non si chiude bene qualcosa, questa si sbrodola su parte della vita che segue. In fondo questo scritto svolge proprio la funzione del bavagliolo pulitore.
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Un bambino che nasce in ospedale, a Patong, e nel letto adiacente una mamma che muore. Dove sono finiti i Birmani? Quelli che ce la fanno emigrano massicciamente in Thailandia. Qua li attendono i destini più diversi. Questa donna ha 31 anni, è sposata da 4 mesi ad un suo connazionale venticinquenne; è il suo terzo marito e la donna ha un primogenito di 5 anni ed un secondogenito di 2 anni e mezzo. E poi ha l’aids. Sonima è l’operatrice Caritas che, tra le migliaia di altri compiti, va in ospedale a tradurle le domande dei medici, e ci racconta questa storia.  A mia volta traduco pezzetto dopo pezzetto ad Alberto, fino a quando non trovo più la voce, siamo alla fine della missione. Volto la testa ed Alberto ha inforcato gli occhiali da sole. Arrivano i due bambini, corrono dalla smunta mamma, che gli sorride: le parlocchiano un po’, ridendo. Non sanno che sta morendo, non sanno cos’è la morte, non sanno che il nuovo papà ha il visto in scadenza e a breve sarà rimpatriato; rimarranno da soli, a meno che Sonima non riesca in qualche miracolo burocratico, dice che ogni tanto gli viene, è un lavoro di diplomazia, reti, contatti. Come giocare a Shangai, salvare le bacchette senza smuoverne altre che potrebbero infastidirsi. Ed anche noi siamo diventati bastoncini di Shangai, la nostra missione rientra nel gioco della diplomazia. Lo sa fin troppo bene Mr. T, quando ci spiega come ha ricavato dalla nostra prima cena informazioni rispetto ai cibi che preferiamo, a quelli che ci fanno stare meno male ed agli ambienti serali di nostro maggiore gradimento. Mr. T, che persona.
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Portai i bagagli della Mangusta fino allo scompartimento giusto, poi andai a una bancarella a comprargli un dosa avvolto nella carta. Era il suo spuntino preferito, quando prendeva il treno. Ma prima di darglielo lo aprii e rimossi le patate buttandole in mezzo alle rotaie, perché le patate lo facevano scoreggiare, e la cosa lo metteva di cattivo umore. Un servo deve conoscere l’apparato digerente del suo padrone da cima a fondo, dalle labbra all’ano.
Aravind Adiga, La tigre bianca, Einaudi, 2008, Torino, pgg.101-102
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Come se il caporalato non fosse un fenomeno italiano. In Thailandia, largo del Mare delle Andamane, ci sono barconi con birmani clandestini a bordo, e i datori di lavoro li raggiungono e si scelgono i pezzi forti. Se uno (o una) rimane troppo sulla nave, non scelto, vien buttato in acqua. Ma è solo una delle storie che abbiam sentito. Ed in Italia ce ne sono altrettante.
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La teresina raccontava: “Mi chiedono perché io pensi solo ai lebbrosi, se gli altri non siano poveri. Beh, rispondo, io penso a questi, voi pensate a quelli!”.

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Max è un centrocampista dal piede educato e il passo saggio, se gli appoggi dietro la palla sai che questa tornerà su, ed è un bel sapere. Uscendo dal campo mi chiede com’è la Thailandia. Gli spiego che ci sono andato per lavoro, ma lo sapeva. Provo a formulare una risposta sensata, e accatasto lì qualcosa. Rincasando in concomitanza col concerto di Vasco, la missione asiatica non rientra nell’ordine del giorno, ma è giusto così: poche persone me ne hanno chiesto, oltre al taxista. È arrivata l’ora: se non la racconto a me, non riesco a raccontarla a nessuno.
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Frodo: Vorrei che non fosse accaduto nulla.
Gandalf: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.
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Lungi dal sentirci inseguiti dai Nazgul, riprendiamo ugualmente a correre appena scesi dalla scaletta. Il tempo che ci viene concesso è liminale e butto giù qualche riga (c’è chi la tira su, per reggere il ritmo). La missione è finita, vedremo cosa farne. Per intanto saluto i compagni di viaggio.
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Ciao. Dimenticavo: le prime due foto sono di Alberto Minoia.
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1 orizzontale: La fine della missione.

sabato 27 febbraio 2010

Un fiorino!

Dove i volontari italiani provano a fare le cose per bene, con metodo, informandosi prima. Dove decidono che ne sanno a sufficienza per richiedere il permesso di soggiorno, e allora ci provano davvero.

Prima tappa. Stazione di polizia di Jabal Hussein.

Poliziotti all’entrata.

- Cosa volete?
- Siamo stranieri, dobbiamo rinnovare il permesso di soggiorno. Siamo italiani. La nostra ambasciata ci ha detto di venire qui per il rinnovo del visto.
- Dove abitate?
- Jabal al-Lweibdeh.
- Di che nazionalità siete?
- Siamo italiani.
- Ok, prego. Terza porta sulla destra.

Rapidità encomiabile. Stai a vedere che la cosa si risolve in un attimo. Altro che la burocrazia italiana.

Terza porta sulla destra. Sono dentro in quattro.

- Siamo italiani, vorremmo rinnovare il permesso di soggiorno e…

Nessuno dei quattro apre bocca, solo uno muove leggermente la testa verso destra. Un movimento rapido e impercettibile – solo chi è stato nei Paesi arabi sa di cosa parlo – ma inequivocabile: abbiamo sbagliato porta, dobbiamo andare nell’ufficio a fianco.

Quarta porta sulla destra. Tre poliziotti, un uomo e due donne.


- Cosa volete?
- Vorremmo fare il rinnovo del permesso di soggiorno per tre mesi e..
- Da dove venite?
- Italia.
- Dove abitate?
- Jebel al-Lweibdeh. Ci hanno detto di venire qua e…
- Uhm, al-Lweibdeh. No, non è qua che dovete venire.
- Ma veramente.. l’ambasciata ci ha detto…
- Tsk, Tsk. Dovete andare alla stazione al-Madina.
- Ma questa stazione è più vicina a casa nostra. Davvero dobbiamo andare là?
- Si, sicuro.

Seconda tappa. Stazione di polizia al-Madina.

Wasat al-Balad, città vecchia di Amman. La parte più bassa e più inquinata della città, la più incasinata, la più affascinante. Il taxi ci mette un’ora per fare il chilometro di strada che separa il nostro ufficio dalla downtown ammanita.

Eccoci alla stazione al-Madina. Un poliziotto ventenne in tuta mimetica, la carnagione scura tipica dei giordani di origine beduina, ci accoglie.

- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo qui per il permesso di soggiorno. Ci hanno mandato da Jabal Hussein e…
- Prego. Di sopra.

Mentre saliamo andiamo incontro a una nuvola di polvere. Degli operai stanno tirando giù dei calcinacci dai muri. Arriviamo al secondo piano. Due stanze sono completamente sventrate, non si riesce nemmeno a respirare per la quantità di polvere. Guardando meglio intravediamo degli agenti. La stazione di polizia è proprio su questo piano.

Entriamo in uno degli uffici appena rinnovati. L’odore di vernice è veramente fastidioso, devono aver ridipinto la stanza qualche ora prima.

- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo venuti qui per fare il rinnovo del visto e..
- Dove abitate?
- Abitiamo a al-Lweibdeh.
- Ah. Ma allora non dovete venire qui.

Ecco. Lo sapevo che dovevamo insistere a Jabal Hussein. E noi che ci siamo fidati..

- Ma come? Ci hanno mandato qua da Jabal Hussein. Hanno proprio specificato di venire qua.
- Un attimo. Prego, sedetevi.
- Veramente stiamo volentieri in piedi. E’ tutto il giorno che stiamo seduti.
- Prego, sedetevi.

La stazione è un brulicare di gente in divisa. Nella stanza accanto alla nostra ci sono cinque poliziotti, forse sei. E una gabbia metallica con dentro un ragazzino. Sembra di vedere una di quelle serie americane degli anni settanta-ottanta, dove c’è sempre un borseggiatore che viene portato in centrale per “accertamenti”.

Diverse persone si avvicendano nel “nostro” ufficio. Io e Marta ci rialziamo, non ne possiamo più di stare seduti. Io faccio per appoggiarmi al muro, giusto il tempo di impiastricciarmi la giacca di vernice bianca ancora fresca.
Arriva un altro agente. Confabula con quello di prima, poi si rivolge a noi.

- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo qui per il permesso di soggiorno..
- Dove abitate?
- Stiamo a Jabal al-Lweibedeh..
- Sicuri che dovevate venire qua?
- Si si, ci hanno proprio detto così..
- Un attimo. Prego, sedetevi.
- No grazie, rimaniamo in piedi.
- No, per favore. Sedetevi.

Torniamo a sederci. Fuori dalla stanza gli operai stanno stuccando il corridoio sotto gli occhi di mezza centrale. Il ragazzino nell’altro ufficio è sempre nella gabbia, però ora sta sorseggiando una Mirinda (tipica bevanda giordana al gusto di zucchero).

Chissà chi tra noi uscirà prima da qua.

Ritorna il primo ufficiale che avevamo incontrato. Lavora al computer, ci chiede i passaporti, ci chiede il test dell’AIDS che abbiamo appena fatto per poter chiedere il rinnovo. Forse ci siamo. Ci fa segno di seguirlo. Bisogna incontrare il mudir, il comandante della stazione. Ripassiamo di nuovo attraverso la nebulosa di polvere e ci troviamo in una sala molto elegante. Ci accoglie un uomo sulla quarantina, con fare cordiale. Scribacchia i nostri nomi su un promemoria. Torniamo nell’ufficio di prima. Riconsegniamo il passaporto e il test dell’AIDS. L’impiegato tira fuori un timbro da una cassetta di sicurezza.

Questa volta è fatta. Oso chiedere conferma.

- Questo è il visto per i tre mesi giusto?
- Si, cioè..no.

- In che senso?
- Questa è l’attestazione di residenza. Non posso farvi il permesso di soggiorno.
- E quindi?
- Dovete andare alla stazione di polizia Filadelfia. Domani però, perchè adesso l'ufficio è chiuso.
- Ma quindi qui non avete fatto..cioè non è possibile fare…dobbiamo proprio tornare…
- Stazione Filadelfia. Bukra (domani).

Terza tappa. Stazione di polizia Filadelfia.

Questa volta ci portiamo rinforzi. C’è con noi Amin, il responsabile logistica del nostro ufficio, uno di quei personaggi che difficilmente avrebbero un senso fuori da un Paese mediorientale. Questa volta la stazione di polizia è situata dalla parte opposta del centro città, verso l’antico Teatro Romano. Ci ributtiamo nel traffico, facendo lo slalom tra i taxi clacsonanti e i camioncini del gas.

La stazione di polizia Filadelfia sta sopra un negozio di vestiti.

Mi vien da pensare che non sia un buon segno.

Al piano terra ci sono due agenti.

- Salve. Siamo qui per il permesso di soggiorno. Siamo italiani e dovremmo fare il rinnovo dei tre mesi..
- Si. Dove abitate?
- Abitiamo a Jabal al-Lweibdeh.
- Perché siete venuti qua?
- Ci hanno detto di venire qua. Siamo andati a Jabal Hussein e ci hanno detto di andare nella stazione di al-Madina. Da al-Madina ci hanno mandato qua.
- Di che nazionalità siete?
- Italiani.
- E dove avete detto che abitate?
- A al-Lweibdeh.
- Un attimo. Prego.

La guardia ritorna al suo gabbiotto. Alza la cornetta del telefono, discute animatamente col suo interlocutore. Si gira verso di me.

- Mi spiace. Oggi non si può.

Gelo.

- Perché non si può?
- Non si può. Il computer è rotto. Non si può fare niente fino a domenica prossima. Tornate settimana prossima.
- Come rotto? Ma non possiamo tornare domenica! Abbiamo bisogno di farlo ora!Ma c’è solo un computer in tutto l’ufficio?
- Mi spiace.
- Non possiamo andare da qualche altra parte?
- No.
- Non c’è nessun posto dove possiamo andare per il rinnovo del permesso di soggiorno?
- No. Però se volete potete andare alla stazione di Marka. Magari lì ve lo fanno, insh'allah.

Beato fatalismo. Ritorniamo da Amin, che ci aveva atteso in macchina. Ormai la giornata è persa, tanto vale provare anche Marka. Nel frattempo si alza il vento, trascinandosi dietro delle minacciose nuvole nere. Tutto congiura contro il nostro permesso di soggiorno. Amin chiama qualcuno per avere indicazioni su dove sia la stazione di polizia. Dal tono concitato della telefonata sembra che stia utilizzando il suo aiuto da casa, e non voglia assolutamente sprecarlo.

Quarta tappa. Stazione di polizia di Marka.

Marka, zona di periferia, una delle aree di Amman a più alta densità di popolazione palestinese, a mezz’ora di macchina dal nostro ufficio. Questa volta Amin entra con noi. Andiamo dritti al secondo piano, ci dirigiamo verso una stanza dove due ufficiali stanno amabilmente conversando. Lasciamo le presentazioni ad Amin, per cinque minuti buoni è lui a condurre il gioco. Poi uno degli agenti si gira verso di noi e sorride.

- Italiani? Conosco l’Italia.. sono stato a Vicenza, molto bello.. voi di dove siete?
- di Milano.
- Ah, bella città. E cosa volete?
- Abitiamo a Jabal al-Lweibdeh, volevamo chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno per tre mesi e..
- A Jabal al-Lweibedeh?
- Si.
- Ma non dovreste farlo qua.
- Ci hanno detto di venire qua. Siamo andati a Jabal Hussein, poi alla stazione di Madina, poi a quella di Filadelfia ma c’era il computer rotto.

Ormai è diventata una questione di principio. Sono pronto ad andare a chiedere il rinnovo anche ad Aqaba se necessario. Invece succede l'impensabile.

- Dovevate venire subito da me. Anzi, d’ora in poi venite sempre qua, ve lo faccio io. Mi piace molto il vostro Paese. Si mangia davvero bene.
- Grazie, ma..
- Datemi i passaporti, faccio in un attimo.

Dopo un minuto ci restituisce i passaporti. Non crediamo ai nostri occhi, il rinnovo effettivamente c'è.


Usciamo dalla stazione ancora rintronati, chiedendoci se tutto ciò abbia avuto un qualche senso. Forse è il caso di berci sopra del te'...

martedì 23 febbraio 2010

Il sole a strisce.2

Primavera



Le loro vesti lunghe strisciano a terra, nella polvere. Sono più alta di loro di una spanna buona. La mia testa scoperta si nota, là in mezzo. E parecchio. Mi guardano. Io nel dubbio sorrido. Mi guardo attorno. Loro mi guardano da tutto intorno. I bambini ridono, piangono, si stufano. Nessuno fa la fila. Una di loro, con il viso coperto, mi fa passare. Sono straniera.

Nome. Marta.
Marta e poi. Ghezzi.
Come. Ghezzi.
Chi visiti. ***
Chi è. Un amico.
Da dove viene. Da ***
E tu no. No
E come fai ad essere sua amica. Lavoro per Caritas.
Da dove vieni. Dall'Italia.
E lui no. No.
Amici. Sì.
Entra e chiudi la porta. Va bene.
Perchè sei sua amica. Come perchè?
Parli arabo. Un po'.
Mi capisci. Sì.
Perchè sei sua amica. Lavoro per Caritas.
Di dov'è lui? Di ***
Mmmm. Già.
Glielo chiedi in inglese.
Perchè sei sua amica. Ma cosa vuol dire 'perchè'?
Come si chiama lui. ***
Amica. Sì.
Tieni.

Prendo permesso di visita e passaporto. Io esco.

Il clima dentro è diverso. La gente sorride, le guardie chiamano per nome i parenti dei detenuti. Tutti assieme in uno stanzone, di qua dal vetro i liberi, di là i prigionieri.
Lui l'ho perso. Non so nemmeno che faccia abbia, ma l'ho perso. Forse è al bar, mi dicono.

Sei la moglie. Come?
Lui è tuo marito. No.
Amici. Sì.

Poi arriva. Si scusa. Era a lezione di arabo e non si aspettava una visita. Pensava si fossero sbagliati.
Quasi dieci anni meno di me. Si ride, si scherza. Tra amici si fa così.

Io esco.
Mentre rispondevo a domande senza il punto interrogativo, perchè tanto le risposte le sapevano già, deve essere arrivata la primavera e io ero distratta.
Le colline sono verdi, il cielo è azzurro, l'aria fredda.

lunedì 22 febbraio 2010

Olimpiadi invernali

Ispirate dalla neve che ci seppelliva, dai veri giochi olimpici alle porte, dalle figure che poco avevano da invidiare a quelle del pattinaggio artistico mentre volavamo sul ghiaccio, dal curling che abbiamo sfiorato tra la nostra e un’altra macchina, a gennaio abbiamo deciso di proporre alle ragazze di Orhei delle fantastiche “Olimpiadi Invernali dell’Appartamento Sociale”.


Adesso, che la neve si scioglie, c’è il sole (sabato addirittura +11°), Chişinău appare davvero bella, non temiamo più di perdere dita-naso-orecchie per il freddo ( -22° al sole, ok, lo so che mi ripeto), abbiamo il morale giusto per postare qualche immagine “sportiva” di quei giorni.


domenica 21 febbraio 2010

Informazione/comunicazione/notizia

Io ho scritto questa cosa qui.
Non sono miei nè il titolo, nè il sottotitolo, nè le foto che hanno pubblicato.
La foto qui accanto sì che è mia.

Io la Giordania la vedo così.

E continuo a disegnare bambolini.

sabato 20 febbraio 2010

L'uomo del fare

INTERVISTATORE: “In questi primi dieci anni di regno Lei ha radicalmente trasformato l’economia della Giordania. Si tratta di un Paese senza risorse naturali che è riuscito a crescere in modo costante e consistente. Come ci è riuscito? Quali sono le lezioni che Lei ha imparato da questa esperienza?”

RE: “Prima di tutto, mai arrendersi. Non accettare “no” come risposta. Ci sono settori della società giordana che alle mie proposte di riforma sociale non fanno che rispondermi “tsk”, che questa cosa non potrà mai accadere perché è impossibile, perché non ci sono i soldi, ecc.. Ma non bisogna lasciarsi intimidire dai “no” che arrivano dalla società. Si cade, ci si rialza e si continua a provare. Io sono quel tipo di persona che vuole che le cose siano fatte oggi, e non domani. Dobbiamo dare un futuro alle giovani generazioni, bisogna dar loro un’istruzione, e la Giordania può davvero rappresentare un modello per l’intero Medio Oriente. Bisogna avere coraggio, non accettare la sconfitta e non accettare un “no” come una risposta ai nostri tentativi di cambiare le cose”.

Un uomo del fare, di quelli che piacciono tanto anche a noi in Italia. Così re Abd’Allah di Giordania ha cercato di presentarsi all’opinione pubblica internazionale. In questa intervista, condotta da Fareed Zakaria di Newsweek International in occasione del World Economic Forum di Davos di qualche giorno fa, Abd’Allah non si è risparmiato, parlando per oltre mezz’ora sui grandi temi della politica interna e regionale del suo Paese: la questione palestinese, le relazioni regionali e internazionali con l’Iran, la promozione di riforme economico-sociali in Giordania e lo stato del processo democratico nel suo Paese. Dimostrando anche doti di eccellente comunicatore.




I temi dell'intervista

La Questione Palestinese

Abd’Allah è da tempo un convinto sostenitore della soluzione dei due Stati, secondo le linee guida della
Arab Peace Iniative formulata dalla Lega Araba nel Summit di Beirut del 2002. Le ipotesi circolanti su un possibile impegno politico o militare del suo Paese in Cisgiordania, alimentate da alcuni politici israeliani, vengono invece smentite con forza: è lo stesso re a riconoscere che i territori sulle due rive del Giordano sono ormai due entità politico-nazionali ben distinte, e gli stessi palestinesi rimasti in Cisgiordania non sarebbero favorevoli a un ritorno di fiamma pre-1988. Senza contare che il suo Paese, già in difficoltà sotto la pressione di oltre 3 milioni di palestinesi (tra rifugiati e non) e di 400mila rifugiati iracheni, non sarebbe in grado di farsi carico di un territorio economicamente e socialmente devastato.

Il re ha sottolineato la scarsa credibilità di cui godono gli USA in questo momento presso gli stati arabi. Anni di politiche scriteriate da parte dell’amministrazione Bush, così come un’azione ancora timida e inefficace da parte del governo Obama hanno suscitato seri dubbi sulla capacità degli Americani di favorire un processo di pace duraturo tra Israele e Palestina. Abd’Allah è però ben cosciente che rinnovati negoziati di pace senza il sostegno attivo degli Stati Uniti sono semplicemente impraticabili. L’auspicio è che Obama cominci finalmente a esercitare una leadership forte e illuminata, e che i primi progressi possano già vedersi in occasione del prossimo summit della Lega Araba (in programma in Libia nel mese di marzo). Altrimenti anche la soluzione dei due Stati diventerà presto un miraggio, condannando la regione mediorientale alla perenne instabilità.

Questione iraniana e lotta al terrorismo

Il re è convinto che il conflitto israelo-palestinese sia la principale causa delle relazioni tumultuose tra il mondo arabo e il mondo musulmano da una parte, e il mondo occidentale, di cui Israele rappresenta una sorta di avamposto, dall’altra. Come sottolineava già in una precendente
intervista, sono infatti ben 57 gli Stati che ancora oggi non riconoscono Israele (quasi un terzo delle Nazioni Unite), più di quelli che non riconoscono la Corea del Nord. Da questo peccato originale, secondo Abd’Allah, discenderebbero anche le tensioni tra l’Occidente e l’Iran – quest’ultimo fattosi protettore dei diritti dei palestinesi e dei libanesi sciiti in chiave anti-israeliana – oltre che la diffusione del terrorismo di matrice islamica in diversi Paesi, tra cui la Giordania.

La lotta al terrorismo rappresenta una priorità del Paese da parecchi anni, addirittura da prima degli eventi del 11/9. La necessità di garantire la sicurezza interna - anche questo angolo di Medio Oriente ha avuto il suo 11 settembre di sangue, rappresentato dagli attentati di Amman nel novembre 2005 – è il presupposto che legittima il governo giordano a intervenire in diverse aree del mondo per combattere Al-Qaeda. Spesso lavorando in stretta collaborazione con gli americani, come rivelato di recente dalla
morte di un agente dell’intelligence giordana, impegnato in Afghanistan a fianco di alcuni agenti CIA.

La Giordania, la modernità e il processo democratico*

Il re tenta in ogni modo di accreditare l’immagine di una Giordania lanciata verso la modernità, stabile ago della bilancia in Medio Oriente. Un Paese musulmano “moderato”, di mentalità aperta e tollerante, che condanna apertamente l’estremismo islamico e gli atti terroristici, che si spende per il dialogo interreligioso - come sottolineato dall’iniziativa “
A Common Word” e dalla recente visita del Papa ad Amman – che cerca di incoraggiare un ambizioso programma di riforme interne per favorire la partecipazione democratica. Abd’Allah è convinto che un sistema non possa diventare democratico solo grazie a riforme istituzionali calate dall’alto, quanto piuttosto in ragione di un maggiore coinvolgimento dal basso delle forze progressiste della Giordania. Per questo è necessario incoraggiare la creazione di una middle class attenta ai problemi del Paese, rispettosa degli interessi della collettività e competente nella gestione della cosa pubblica. Per questo è necessario coinvolgere le comunità locali nel processo decisionale, secondo una strategia di decentralizzazione dei poteri che si vorrebbe maggiormente rispettosa delle diverse tessere identitarie che compongono il mosaico giordano (la divisione del Paese in governatorati va in questa direzione).

*Gli analisti politici non sono concordi nel giudicare l’azione riformatrice della monarchia, soprattutto a livello politico. In particolar modo, il recente scioglimento del Parlamento e la decisione di posticipare le elezioni alla fine del 2010 sembrano mettere in dubbio la veridicità dell'attuale processo di democratizzazione.

giovedì 18 febbraio 2010

La donna dell'essere


Scena uno; interno sera; Marta da una parte del corridoio che fa delle cose, forse svuota la lavatrice, Sara dall’altra parte del corridoio, fa altro.

Sara: la regina va a San Remo.

Marta: eh?!

Sara: sì, ci va col re.

Marta: come?! A fare cosa?!

Sara: cantano. Come Al Bano e Romina Power. È una mossa d’immagine, per lanciare la coppia reale sotto un’altra luce.

Marta: COME?!

Sara: ma và…ma ti pare possibile?! Ci va solo lei.

Marta: e perché? Non canta, vero?!

Sara: no, non canta. Va a parlare. Le faranno un’intervista.

Marta: un’intervista? Ma non lo presenta mica la Clerici, quest’anno San Remo? Che vabbé che è giornalista, ma insomma, per intervista una regina ci vuole, boh, chennesò, bisogna essere capaci.

Sara: ma faranno delle prove, poi figurati, ci saranno fior fiori d’autori che scrivono le domande per la Clerici e che scrivono le risposte per la regina. Devono solo studiarsele bene.

Marta: ah, beh…allora non è mica difficile…posso farlo pure io…

Sara: la regina?

Marta: ma sì, cioè, anche…no, io intendevo la giornalista, ma a ‘sto punto pure la regina…tanto che devi fare te, stare lì, un passo dietro al re, sorridere, fare ciao con la manina, essere bella, fare le care ai bambini sulla testa, magari ti mandano qualche volta in qualche ospedale, o in un orfanotrofio. Un giorno al mese, mica tanto, per un paio d’ore, poi te ne torni a palazzo a fare la regina.

Sara: poi magari è pure noioso non avere nulla da fare perché c’è sempre qualcuno che lo fa al posto tuo.

Marta: seeee, magari….

Sara: mi sa che la cosa più difficile sia farsi sposare da un re.

Marta: ah, e non ci avevo mica pensato…effettivamente…cioè bisogna metter su un curriculum da regina POI trovare un re che ti sposi…forse è più difficile di quanto pensassi…

Sara: beh, io esco. Se trovo un re, che faccio, gli do il tuo numero?

Marta: mah, vedi tu…nel dubbio direi di sì, poi vediamo…

Sara: va bene, allora ciao.

Marta: ciao.


Scena due; interno sera; Marta entra in cucina, Sara esce. Corridoio illuminato e deserto.


Dissolvenza. E stop.


Alla fine l’ho vista, ieri sera.

Una arriva a 27 anni potendosi vantare di non aver mai visto una puntata di San Remo, poi parte, va in Medio Oriente e zacchete che ci cade. E tutto per colpa sua.

È bella, nel suo vestito lungo di Armani. E nella sua bellezza, è rassicurante. Di regine e principesse belle ne abbiamo viste a bizzeffe. Per resta in zona c’è stata Soraya a Teheran, poi Grace Kelly a Montecarlo, Diana a Londra. Ma lei è diversa. Potrebbe essere la tua compagna di università, l’amica con cui vai a fare shopping al City Mall, quella con cui vai a farti due falafel da Hashem in centro. E invece no, Rania è la regina di Giordania, legittima consorte del re Abdallah II dal 1993. Her Majesty Queen Rania Al Abdullah is a mother, a wife, a boss, an advocate, and a humanitarian. Anche senza grossi sforzi immaginativi, me la posso vedere che gioca sul tappeto a gattoni coi figli piccoli, che beve la camomilla la sera in cucina col marito, che va il venerdì a trovare la nonna che le fa il mansaf per pranzo.

Poi, all’improvviso, la Clerici, o chi per lei, fa lo stesso mio pensiero e dice ‘lei è una di noi’, ed ecco che tutti i quadretti idilliaci che il mio cervellino, forse ultimamente un po’ sovraesposto all’immagine della famiglia reale sempre sorridente, s’era fatto si sbriciolano e un’altra visione mi si para davanti. L’accettiamo, è una di noi, l’accettiamo, è una di noi ed ecco che ho un brivido (ok, questa la capiscono in pochi. Qui c’è la spiegazione...gooble gobble...).

Noooooo, mia regina, scappa finché sei in tempo, fuggi dal kitsch nazionalpopolare italico, corri regina, corri. E invece no. Lei resta lì, bellissima, a farsi fare domande scontate dalla Clerici vestita di lustrini e a dare risposte altrettanto banali. Il primo incontro con il marito, le dinamiche di coppia, la ricetta dei biscotti al cioccolato, lei che riceve i capi di stato subito dopo aver spedito i figli a scuola. Che tristezza. Speravo meglio. E come scriveva stamattina Alessandra Vitali su repubblica.it ‘Poi arriva O' sole mio eseguito dai "tre tenorini". Manca solo il carillon a forma di gondola in omaggio.’ Ecco, appunto.

Forse non è così difficile fare la regina. È più difficile fare San Remo.

Per convincermi a vedere un’altra puntata del Festival, come minimo deve andarci ospite un redivivo Darth Vader intervistato da Pippo Baudo che racconta del suo incontro con Luke Skywalker e che sfida il Pippo ad un duello con le spade laser (anche se una doppia intervista con Darth Vader e Morgan sull’argomento ‘il lato oscuro e le forze del male’ potrebbe non essere male…)

(tra parentesi, della serie ‘per le mamme, tutte le figlie sono sempre principesse e sognano per loro un futuro da regine’: abbattendo muri tecnologici non da poco, sia mia madre che quella di Sara si sono preoccupate di avvisarci via messaggio della presenza reale a San Remo…i sogni sono desideri di felicità…l’ho già detto che è proprio bella?!)

mercoledì 17 febbraio 2010

Le pale di Anjara/1


(lo so che la foto è storta, ma è l'idea che conta)

Anjara è una piccola cittadina, chiusa tra Jerash e Ajloun, su a nord, tra le alte colline giordane. Tutt’attorno c’è il verde dei campi e degli uliveti. Il cielo è il solito cielo giordano, altissimo e azzurro.

Scesi dall’autobus, diventiamo in pochi secondi l’attrazione principale del paese, in questo venerdì mattina che sa di primavera. Due passi per la città, con la gente che si volta a guardarci, i bambini che salutano, capre e gatti dappertutto. E un sole che non par vero, in pieno febbraio. Gli alberi sono già in fiore. Lo smog e il caos l’abbiamo lasciato ad Amman, oggi.

Un giorno libero, per una volta. E abbiamo deciso di passarlo qui, ad Anjara, facendo visita a Padre Hugo e ai ragazzi della sua parrocchia.

Sotto il pergolato a cui Padre Enrique tenta disperatamente di dare una forma, corrono bambini, porcospini e tartarughe di terra (o per lo meno ci provano, a correre). Mentre giriamo per il giardino, Padre Hugo ci racconta della parrocchia e della piccola comunità di accoglienza che ha messo su lì, in mezzo alle colline giordane. Ci sono bambini di tutte le età, con storie diverse (che poi non sono mai tanto diverse) alle spalle. Lì c’è tanto spazio, tanto tempo, tanto sole, tante cose da fare. Tutti assieme.

Andiamo a visitare il santuario mariano, il più grande di tutto il Medio Oriente (e quanto orgoglio c’è in Padre Hugo mentre ce lo dice).

In un angolino, nascosto tra le panche, dietro alle colonne, c’è Ian. È un pittore. È inglese. E vive ad Anjara da un anno, ospite di Padre Hugo. Lavora alle nuove pale per la chiesa parrocchiale, che devono essere pronte per la fine di marzo. Sulla carta tutto è fatto: ci sono gli studi, i cartoni preparatori, lo schizzo d’insieme e quello dei particolari. Manca solo di mettere tutto lassù, sulle grandi tavole di legno, in verde, azzurro e oro. Ogni cosa, ogni piccolo segno, deve avere un senso. L’obiettivo di Ian è di ricreare uno stile figurativo tipicamente arabo, lontano da occidentalismi e bizantinismo vari. Lui, inglese, vuole fare l’arabo. Io non me ne intendo, ma credo che ci stia riuscendo. Dietro a quelle figurine c’è tanto studio, ci sono ore sui libri, ore di carta, matita, compasso e righello, prove, carte stracciate e punte da rifare, chilometri di gomma sprecati. Per quel che ho potuto vedere, ne è valsa davvero la pena.

La prima pala, quasi finita, al centro c’è Giuseppe che riceve la visita di Gabriele nel sonno. Per Ian è quello il vero significato della fede cristiana: riuscire a credere. Giuseppe, grande, assopito, al centro della scena, lo ricorderà a tutti i fedeli, nella chiesa di Anjara.


P.S. se passate da Anjara, Padre Hugo vi chiederà di trovare, nella pala, i tre dinosauri. Io sono riuscita a trovare pure i Puffi. Ma questa è un’altra storia…e no, Ian non mi pareva molto contento dlla mia scoperta…

P.P.S. torneremo ad Anjara, anche per vedere come prosegue il lavoro di Ian. Che se poi avesse bisogno di una mano, io un pupazzino sono pure disposta a disegnarglielo, laggiù, nell’angolino…dai, che non se ne accorge nessuno…

P.P.P.S. per farmi vedere quanto sono brave, due bambine mi hanno cantato Adeste Fidelis. In italiano. E io la so solo in latino. Mi sa che sono proprio vecchia…

lunedì 15 febbraio 2010

Il sole a strisce.1

Martedì mattina


Sono sempre le stesse facce, il martedì. È come darsi appuntamento. C’è il venerabile anziano che arriva sempre e solo fino alla porta del parlatoio ma non entra. C’è un ragazzo giovane, con la barba, che passa tutto il tempo a guardarsi la punta delle scarpe a punta. Ci sono quei due genitori distrutti dal dolore, che si tengono su a vicenda, che si sorreggono anche fisicamente.

Poi ci siamo noi. E sempre la stessa scena. Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite? Siete amici? Perché intanto che ci siete non visitate tutta la prigione, eh? Domande inutili, urlate dall’altra parte del bancone, risatine. E i documenti, e la trascrizione in arabo dei nostri assurdi nomi europei, e la trascrizione degli assurdi nomi delle nostre ‘amiche’ latine, e c’è sempre un problema, sempre un errore, poi le discussioni, la perquisizione fisica, le guardie che ci squadrano perché ancora non hanno capito cosa ci andiamo a fare, in un posto del genere.

Faceva freddo. Solita attesa, sotto la solita tettoia, in un solito martedì di febbraio.

Sono scesi tutti dallo stesso taxi. I due più piccoli ridevano, si spintonavano, correvano in giro. La grande, dall’alto dei suoi forse 14 anni, ha pagato il tassista, ha recuperato tutti e tre i fratelli, li ha fatti sedere sulle panchine di metallo, gelide, fuori dalla prigione di Juweideh, Amman, Giordania.

Glielo si leggeva in viso, quel viso non più da bambina ma non ancora da donna, il peso di quel martedì mattina. I piccoli continuavano a fare rumore, a scappare rincorrendosi. Quella un po’ più grande, la seconda del gruppetto, avrà avuto una decina d’anni, mi spiava. Quando incrociavo il suo sguardo, mi sorrideva. Non poteva farci nulla. Mi trovava buffa, forse. Dovevamo essere ben strani, quattro personaggi che parlano lingue diverse e che aspettano, di martedì mattina, al freddo, sotto la tettoia, davanti all’unico carcere femminile del paese.

Finalmente ci hanno chiamati per il controllo dei documenti. Le guardie, per farsi volere bene, ci hanno fatto passare avanti tutti i giordani della fila, tutti tranne loro. Li abbiamo fatti passare avanti noi.

La più grande neanche ci arrivava al banco. Stava in punta di piedi, allungata verso la guardia, con dei fogli in mano. Chi siete? Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite?

Veniamo a trovare la mamma.

Mi sono passati davanti, i piccoli correndo, quella un po’ più grandina sorridendomi. Sono entrati nello sgabuzzino della perquisizione. Le guardie hanno perquisito quattro bambini soli.

Al parlatoio erano affianco a me. Io tentavo disperatamente di capire cosa la mia ‘amica’ mi dicesse, di là dal vetro, sopra le urla delle guardie e i pianti dei parenti. I piccolini si rincorrevano, su e giù per il corridoio. Una guardia li ha presi su e in malo modo li ha riportati alla sorella grande. Lei ha passato la cornetta a tutti e tre. A turno hanno salutato la mamma.

Fuori aspettavo che i colleghi finissero, fumando una sigaretta. I quattro fratelli sono usciti. I piccoli sempre correndo. Quella un po’ più grandina mi ha sorriso. Devo essere proprio buffa, qui. La grande camminava guardando a terra e strattonando la sorella che restava indietro. All’incrocio ha fatto un gesto. Un taxi si è fermato e si è portato via i quattro bambini. Soli.

FELIZ SERA'



Feliz la gente que no ha puesto la esperanza en el dinero ni se instala entre las cosas de esta vida, ni se deja corromper aunque le cueste.
FELIZ SERA'
Feliza la gente que no inclina su frente al poderoso, ni traiciona al companero de trabajo, ni renuncia a la lucha del presente.
FELIZ SERA'.
Feliz la gente que no sigue los capricios de la moda, ni hace caso de anuncio enganosos, ni deja llevar por charlatanes.
FELIZ SERA'
Feliz la gente que no vende su inquietud ante amenazas, ni claudica de su rumbo ya trazado, ni se hunde en el silencio de lo complices.



Una canzone della misa campesina.
Feliz dia de l'amor y de l'amistade gente!
(Perchè qui si festeggia l'amore e l'amicizia, non solo gli innamorati!)
Ciao e buona settimana!


P.S. è normale che il coro della messa alla fine canti.. ALL YOU NEED IS LOVE??
P.S. del P.S. qualcuno sa dirmi perchè non riesco a commentare sui post altrui??Grazie!

La ONU chiede di difendere di più le donne, i bambini e gli indigeni

Il Consiglio per i Diritti Umani della ONU ha chiesto alla Bolivia che implementi una maggiore tutela legale in favore di donne, bambini e indigeni, alla conclusione dell’Esame Periodico Universale di questo paese andino.
Nelle conclusioni dello studio, i paesi membri raccomandano al governo boliviano che adotti una legge per evitare ed eliminare tutte le forme di discriminazione razziale per i diritti degli indigeni.
Inoltre gli si chiede che venga approvata, il più presto possibile, una legge contro il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sessuale e la vendita di minori. Infine il governo boliviano viene esortato a che inviti tempestivamente i relatori della ONU.
Rispetto alla situazione delle prigioni, si raccomanda a Bolivia che migliori le condizioni dei detenuti e che garantisca la separazione dei prigionieri minori d’età da quelli adulti.
Un’altra raccomandazione dei paesi membri si riferisce all’adozione di misure per combattere il problema della violenza domestica contro le donne e i bambini.
Le misure contro il lavoro forzato sono altre delle petizioni incluse nel documento finale. Vari paesi chiesero ugualmente che la conformazione dei sistemi di giustizia indigena si adeguino agli standard internazionali dei diritti umani (…)

Quotidiano Opinion
Sabato 13 di Febbraio

giovedì 11 febbraio 2010

I primi 3

Ieri primo giorno di apoyo escolar nella zona sud di CBBA (Loreto) dall'hermana Bruna, dove nell'estate del 2007 ho svolto il servizio di volontariato durante i Cantieri della Solidarietà. Ero emozionata di iniziare finalmente il mio servizio con i bimbetti visto che fino ad oggi abbiamo lavorato solo con preti, suore e responsabili di Caritas Parrocchiali...così per l'agitazione alle 7.00 ero già pronta e sono arrivata all'apoyo con un bel po' di anticipo (NB: il viaggio da Condebamba a Loreto consiste in 15 minuti a piedi fino al Cruce Taquina, una durata di tempo variabile per aspettare un taxi trufi 101 libero e 35 minuti abbondanti di auto!). Alle 9 all'apoyo c'eravamo solo io e Federico (un ragazzo boliviano che si laurea in educazione ad aprile e nel frattempo da una mano alle suorine). Dopo un pochino ecco che arrivano anche le altre 2 insegnanti ma di bimbetti neanche l'ombra...eppure avevamo pubblicizzato l'apoyo con volontini e un avviso in Chiesa.
Alla fine nulla..i bambini non sono arrivati ma mentre aspettavamo abbiamo fatto altri volantini e li abbiamo portati nelle scuole vicine.
...questa mattina di nuovo sveglia presto, solito viaggio per arrivare a destinazione e...dopo un pochino di attesa...eccoli! I primi 3 bimbetti dell'apoyo: David, Nicole e Natalie, 3 fratellini. David ha 9 anni, Natalie 10 e Nicole 7...tutti e tre con i compiti di matematica da fare, mi sembra un ottimo inizio!!! Ora bisognerà vedere quanti ne verranno domani e nelle prossime settimane...però siamo fiduciosi!

mercoledì 10 febbraio 2010

Fiesta de los compadres

Per la tradizionale fiesta de los compadres, che apre i festeggiamenti del Carnevale qui in Bolivia, Matteo, Daniele e Francesco si sono uniti ai giovani della parrocchia di Condebamba per ballare alla festa di Linde...questo è il risultato...buona visione!!!!


I love Jordan: motivo nr 7934


perchè qui, quando esci dal lavoro e passi dal fruttivendolo/verduraro che ieri sera non ti ha venduto le cipolle perchè era tardi e lui aveva già messo via tutto, entri e saluti gli indigeni in lingua locale, uno di quelli gli indigeni è il tizio che vive sotto di te ma che non hai mai incontrato e che il padrone di casa tua lo ha chiamato per dirgli, al tizio, che tu l'hai chiamato per dirgli, al padrone, che il tuo bidet è intasato e che lui, il tizio, poi viene a sistemartelo, il bidet.

e poi il tizio viene davvero e ti sistema il bidet.

e tutto perchè ieri sei tornata a casa senza cipolle.


(ah, ovviamente gli altri 7933 motivi non li ho mai scritti, ma sono sicura che esistono)

Chi non salta è un lama!

Il Wilsterman, la squadra degli altipiani di Cochabamba, si gioca la finale contro il Bolivar, la squadra delle zone andine di La Paz...

... giustamente...

.....El que no salte es llama!


martedì 9 febbraio 2010

Work in progress 2




Continuano i lavori al centro EMO e questa volta le protagoniste sono le ragazze alla cura dei dettagli...

giovedì 4 febbraio 2010

Il ritorno di Polpetta...con aiutante d'eccezione!

Primo di febbraio: inizia un nuovo anno scolastico al Centro di Attenzione Specifica "El Guis"...
e noi ovviamente ci facciamo incastrare per animare la festa di benvenuto! (diciamo che a Desireè, dopo essere stata incastrata, viene la bella idea di incastrare anche me, e alla fine ci ritroviamo incastrate entrambe!)

Ed ecco che mi rifilano un costume da clown e una parrucca, caldissimi e ancor più puzzolenti, che se ne stavano chiusi in qualche armadio da non so quanti anni, e...tadadadaaan: ecco a voi la versione nica del clown Polpetta, che per l'occasione si chiama Payasita Frijolita (fagiolina)!
Insieme a Desi, nel ruolo della mia sorellina molesta, prepariamo uno scatch di pochi minuti davanti a una quarantina di bambini...tutto molto improvvisato, però, incredibile ma vero, è stato un successone! Vi lasciamo qualche foto come prova...








Notti moldave


mercoledì 3 febbraio 2010

Ti piace vincere facile?


Scuola calcio Bang-dong. Iscrizione gratuita aperta a Mr. Pao Loo e a uomini birmani di età non superiore ai 12 anni. Ogni allenamento durerà 12 minuti. Per info rivolgersi a Mr. Alber Too.