giovedì 29 luglio 2010

Nutrirsi a Palermo

Avete presente la canzone di Jovanotti che fa "...ti vedo scritta su tutti i muri, ogni canzone mi parla di teeeeeee, e questa notte questa città mi sembra bellissimaaaaaaa..."?!? Ecco, noi l'abbiamo riscritta solo per voi, lettori del Blog MicaSCEmi 2010! Eccola: "...ci sono scritte su tutti i muri (seconda voce: e non solo), ogni parete mi parla di teeeeeee (seconda voce: e non solo), e questa notte questa città mi sembra bellissimaaaaaaaa". Per farci capire, un po' di foto che spiegano come mai ci siamo permessi di toccare il testo del Lorenzo (foto in allegato):




Breve guida per nutrirsi a Palermo

Le regole sono poche, chiare e indispensabili per poter sopravvivere nella città siciliana senza incidenti gastro-intestinali (che poi ci vanno quasi sempre di mezzo anche altre cose e/o persone, e non è mai carino):

1) Prima di partire per Palermo, esercitatevi: andate a trovare amici e parenti del Sud, noti per le dosi non proprio da fame, fate gare con gli amici su chi mangia più pizza in un solo pasto, vedete fino a dove potete spingervi prima che il diabete si impossessi di voi mangiando zucchero, dolci, torte e tutto ciò che trovare in casa (e fuori) di calorico.

2) Nella valigia mettete anche vestiti di un paio di taglie in più della vostra: risulteranno indispensabili (a meno che segretamente non abbiate sempre apprezzato la cultura nudista).

3) Appena sbarcati, come prima cosa, dite di essere a dieta, anche se rasentate il sottopeso.

4) Piccolo vocabolario:
melone = anguria
cocomero = anguria
melone giallo = melone "classico"
un filo d'olio = una tolla
d'olio di almeno 5 litri è stata utilizzata per la cottura del piatto in questione
un condimento leggero per la pasta = l'ingrediente principale è l'olio, seguito a ruota da pesce o carne, pomodorini e spezie gelato piccolo = 2 mega palettate di gelato inserite in una specie di brioches buonissima, per un totale di un mezzo kilo scarso
gelato grande = ti vengono date direttamente due vaschette di gelato, ovviamente a tua scelta
un cucchiaino di zucchero = un cucchiaio da minestra
una porzione di pasta = 2 etti di pasta, escluso il condimento e il formaggio.

5) Le parole più sbagliate che si possano dire sono "Che buono!": non vi alzerete più da tavola.

6) Se un piatto vi viene presentato con un termine dialettale, non ostinatevi a chiedere la traduzione in italiano: non esiste.

7) Il fatto di aver già pranzato/cenato non preclude dall'essere invitati (e dal non poter rispondere negativamente) a un altro pranzo/cena.

8) Il condimento della pasta pesa tanto quanto la pasta stessa.

9) Fingete di aver già assaggiato un sacco di cose: non vi troverete nel piatto "assaggini" che in realtà sono pasti completi.

10) Dopo tre giorni a Palermo, è assolutamente lecito dire di essere fortemente allergici a qualsiasi alimento/condimento.
Frasi del giorno:

"Papi!", detta da una bimba nera di un paio di anni a Luca, cantierista;

"Dove hai comprato la patente? Al conservatorio?", detto palermitano;

"Non siamo agli autoscontri!", detta da un automobilista contro un ragazzo su un motorino che ci stava venendo addosso.
Giuditta

mercoledì 28 luglio 2010

A Palermo

Lo sapevamo che una delle punte di diamante di Palermo è il cibo, ma non ci aspettavamo di appurare questa cosa solo un paio di ore dopo essere sbarcati (in anticipo, tra l'altro, nonostante il solito furbone che non si è presentato al momento dell'imbarco). Accolti in (quasi) pompa magna nella struttura Stella Maris, che si trova dentro il porto (abbiamo i pass per poter entrare e uscire dai cancelli!), la tavolata imbandita per noi offre caponata, carne con cipolle, pane al sesamo cotto in un forno a legna (riutilizzabile per le bruschette), gelato (per l'esattezza, 5 kg di gelato alla cassata con un paio di centimetri buoni di frutta candita) e, ovviamente, fette e fette di anguria. Unica "pecca", le dosi: se saranno sempre cosi, saremo costretti a avanzare un sacco di roba e a ingrassare a dismisura. Il giro serale per la città, con visita (dall'esterno) alle strutture, ci fa scoprire come Palermo sia piena di movida e di feste di/per ogni possibile Madonna , con carri di tutti i tipi, bancarelle dalle 6000 calorie al centimetro quadro, canti e balli tradizionali e gli immancabili fuochi d'artificio, che per una decina di minuti illuminano il cielo ogni volta che una Madonna, dopo la processione, rientra in Chiesa. Apparentemente la sobrietà nella devozione non è tanto di casa da queste parti.

Oggi, dopo un paio di giorni di permanenza siciliana, ci sentiamo di poter offrirvi una guida molto utile nel caso doveste fare un salto a Palermo, magari per i Cantieri dell'anno prossimo!

Breve guida per muoversi a Palermo

Le regole sono poche, chiare e indispensabili per poter sopravvivere nella città siciliana senza incidenti (a cose e persone):

1) I pedali sono quattro: frizione, freno, acceleratore e clacson. Di questi quattro, l'ultimo è il fondamentale; senza di esso si garantisce la distruzione della propria auto in meno di 48 ore dall'inizio dell'utilizzo della stessa.

2) Il clacson può essere utilizzato in qualsiasi momento per qualsiasi motivo. Nessuno può negare e/o contraddire questa regola.

3) Il pedone è semplicemente uno che dà fastidio. Non ha nessun diritto, solo il dovere di fare in modo che la sua presenza non interferisca col traffico e con il passaggio delle macchine (e non solo) in generale.

4) Il semaforo verde per i pedoni è un'alterazione visiva che colpisce solo i pedoni.

5) I semafori sono una semplice rappresentazione di alcuni dei colori che più piacciono agli automobilisti, hanno quindi il solo scopo di rendere più felici le persone nel traffico.

6) Una macchina senza graffi e botte non è degna di essere guidata.

7) I cavalli possono circolare senza problemi in qualsiasi zona della città, con due sole accortezze: devono intralciare il traffico e rendere profumate le strade.




8) Parcheggio: tutti i luoghi sono definibili "parcheggio", sia che siano marciapiedi, strade, aiuole, corsie preferenziali.

9) L'importante è comunque che il passaggio sia libero.

Frasi più significative di questi giorni:

"Vi abbiamo anche messo le cinture di sicurezza al pullmino!", detta con entusiasmo da Francesco, nostro autista part-time di fiducia.

"Wer arr yu frommmm?", detta dal barista guardando il nostro gruppo. E' proprio vero che l'Italia è un grande Paese.

Giuditta

martedì 27 luglio 2010

Strano ma...Vero!! Tre


Diario Boliviano2

Anche di Domenica il gruppo Bolivia non si ferma.
Per alcuni si apre la possibilità di partecipare con Alessandra alla messa interna al Carcere San Antonio, durante la quale verranno celebrati tre battesimi.
Arrivati davanti al San Antonio, già l’edificio parla da sé. Due detenuti buttano fuori la spazzatura e intorno a loro ben dieci agenti di polizia, con tanto di mazza e facce che la dicono lunga.
Si entra, perquisizione. Si oltrepassa il cancello che si chiude dietro di noi e si apre un mondo, quello dei carcerati. Caos, degrado, bambini che giocano a rincorrersi passando tra le nostre gambe, gente che, da quello che si può definire il piano superiore, scruta noi facce nuove con durezza.
Superata una scala dalla poca affidabilità, ci ritroviamo in questa stanzetta dal pavimento di legno scricchiolante che dà sui pochi metri di sole di cui i carcerati dispongono, dove un gruppo improvvisa una partita di calcio. Qualche panca, un tavolo adidibito ad altare e giusto l’essenziale per celebrare una funzione.
Padre Eugenio porta avanti con elegante delicatezza la messa battezzando due adulti ed un bambino. E l’atmosfera si fa surreale e commovente.
Prima di uscire, deviazione a portare un po’ di pane a chi a causa di una rissa notturna è finito nella cella di isolamento. Una vera e propria gabbia, dove la punizione può dilungarsi o meno a seconda di criteri inesistenti e dunque infondati. Un ragazzo spaventato e malconcio, piange attaccato alle sbarre e chiede a Padre Eugenio di chiamare la sua famiglia.
Ed è con questa ultima immagine che si esce, respirando l’aria e tirando un sospiro di sollievo, che va a celare una velata tristezza.
Le emozioni continuano, poi, su strade diverse alla “Ciudad de los Ninos”. Qui, l’affetto immediato e senza filtri dei bambini che ci accolgono al nostro arrivo, regala senza dubbio una gioia senza pari. Un pranzo condiviso, dei giochi improvvisati e con poco ci si diverte e si fa divertire.
Qualche ora e poi si saluta con un sorriso sincero.

E quale finale migliore per concludere una giornata come questa, se non partecipando alla fiesta dell’Amistad presso la Parrocchia di Condebamba... E già, tra karaoke e balli sfrenati, portiamo a casa un figurone con la nostra “Canzone del Sole” cantata a squarcia gola sulle note di sottofondo suonate da Matteo e la sua chitarra.
Cena e poi nanna per i cantieristi, pronti ad addentrarsi nel primo giorno di lavoro…

Claudia

domenica 25 luglio 2010

Diario Boliviano 1

E’ Bolivia. Piu’ di 30 ore di viaggio e tre aerei (con l’inaspettata fortuna di sorvolare l’atlantico in business class per merito di un assistente di terra italiano in quel di Madrid..) e finalmente veniamo catapultati dall’altro capo del mondo.
Grazie ai nostri splendidi coordinatori Alessandra e Matteo, el primero dia cochabambino ci ha regalato un mix di emozioni e di esperienze importanti.
E’ stato un giorno di visite e di incontri, un giorno buono per conoscere e per ascoltare e soprattutto un giorno utile per comprendere a fondo sia la complessa realta’ nella quale ci troviamo, che l’enorme lavoro svolto da tutte quelle splendide persone che fanno parte del contesto pastorale cittadino.
La prima tappa e’ stata la Pastoral Social Caritas Cochabamba, il cuore pulsante di Caritas a Cochabamba. E’ qui che veniamo a conoscenza delle opere svolte da caritas in distribuzione ai campesinos e al problema idrico, agli interventi nelle aree rurali a rischio di calamita’ naturali; dalla questione del sostegno e cura dei bambini di strada alla sensibilizzazione e l’implementazione del programma “ banco de sangre” nato per scardinare alcuni preconcetti rispettoquesto angolo di Bolivia. Dalla questione delle terre, la loro alla donazione del sangue in un paese dove la percentuale di morti per carenza di plasma e’ ancora rilevante.
La seconda tappa ci ha visti ospiti dell’ Arzobispado, dove abbiamo avuto modo di conoscere gli interventi e i progetti messi in atto da una squadra comprendente diverse professionalita’. Qui tocchiamo il complesso argomento legato al carcere, strettamente connesso alla poverta’, alla corruzione e, infine, ai bambini. In questo paese chi commette un reato e non paga, finisce in carcere e spesso viene seguito dai figli. E’ complesso determinare la struttura e il grado di intervento del servizio sociale nazionale e con un alto grado di corruzione diffusa a tutti i livelli di governo, si creano delle aree totalmente non considerate. Dunque i progetti sono rivolti al sostegno e alla reintegrazione dei detenuti, alla presa in carico dei bambini, sia quelli che vivono nelle carceri sia quelli che vengono ospitati negli hogares e internados poiche’ senza famiglia oppure migrati dalle aree rurali.
Il tutto in continuo scontro con un governo assente, che si dice operare nell’interesse dei poveri e degli indigeni ma di fatto non considera ne’ aiuta tutto quello che bolla come “chiesa”.
Questo e’ il primo giorno. E’ solo un assaggio di quello che vivremo con i nostri occhi di osservatori privilegiati ma anche di ragazzi disposti a mettersi in gioco al servizo di altre persone.
Ultima nota: qui l’inverno segna 25 gradi nelle ore di sole, il gruppo si diletta con uno spagnolo improvvisato e c’e’ chi scala una montagna per farsi abbracciare dal Cristo della Concordia, solo per espiare qualche peccato….
Saludos y hasta pronto.


PS: Ore 15.14 Altezza sul mare 2870
Piera ipsa dixti (…) non è poi cosí male perché a me – dovete sapere - piace il fascino tipo Gesù.

Francesco

giovedì 22 luglio 2010

Piu Piu


21 luglio 2010, Malchika (Bulgaria)


Dopo 3 ore di volo, una coincidenza quasi persa, una multa quasi presa e tre ore di viaggio in pulmino a una velocita` da ritiro patente, siamo finalmente arrivati a Malchika. Padre Remo e` una persona.. "simpatica", come direbbe Elena! Una cuoca e una volontaria hanno preparato la cena per noi, e nonostante tutti gli sforzi per farci sentire come a casa nostra, la differenza si vede, eccome...

La prima notte e` stata la parte piu` drammatica. Io, Giulia, Elena e Irene ci siamo sistemate al primo piano; Irene, Agnese, Mari, Ale e Andre al secondo. Noi siamo fortunate perche` abbiamo il condizionatore in camera...peccato che si trovi dieci centimetri sopra quello che dovrebbe essere il posto della mia testa e che..la finestra non si apra!...in ogni caso, ci siamo subito allenate con la nostra attivita` di "bugs busters" contro mosche, zanzare, ragni e animali sconosciuti... L' attivita` di "swiffer dusters", invece, l' abbiamo rimandata al giorno dopo!

Il nostro primo incontro di Domenica mattina e` stato con un tenero bambino autistico totalmente abbandonato a se` stesso. Dopo averlo portato a casa, siamo andati a messa -meta` in italiano e meta` in bulgaro- e abbiamo conosciuto i primi coetanei di qui. Dopo un fantastico pasticcio dolce di patate e trippa, ci diamo alle grandi pulizie fino alle cinque, quando Marinella, l'assistente di Padre Remo, ci illustra il programma per le due settimane. Cuciniamo la pasta per gli amici bulgari e poi ci lanciamo in balli di gruppo e danze del luogo, con risultati disastrosi ma divertenti! A mezzanotte e` il compleanno di Giulia e, in accordo con l'usanza di qui, le rovesciamo acqua in testa, accompagnata da..una torta in faccia!

La mattina dopo iniziamo le attivita` coi bambini. Cominciamo con il fare degli inviti per la festa degli anziani, e dopo qualche gioco e qualche bans in palestra, a causa di un violento ma passeggero temporale, torniamo a casa per pranzare con C.J.,un ragazzo americano che lavora qui da un anno. Verso le tre andiamo a Levski a fare la spesa per la cena, a cambiare i soldi e, ovviamente a comprare candeline e regali per Giulia. Dopo la messa, nonostante il tempo minacci temporali, prepariamo una pasta all'italiana per gli altri ragazzi. Mishu (Little Tamarro per gli amici) ha portato per la festeggiata un fiore bellissimo, Vladi un elefante intagliato, e tutti noi le abbiamo regalato un pupazzo a forma di pulcino....indovinate come l'ha chiamato!

Piu Piu e o'badedas a tutti!


Marina

martedì 20 luglio 2010

Un nuovo inizio


Dopo un mese di pausa e riparazioni, lunedì 12 luglio l’appartamento sociale di Orhei ha riaperto le porte ad un altro gruppo di ragazze. Ana, Victoria, Olga, Nadejda, Ana, Cristina e Corina hanno appena iniziato il percorso di 11 mesi che le accompagnerà verso l’indipendenza.


E proprio per visualizzare meglio questo “passaggio” da dove sono ora a cosa le aspetta, nella nostra prima attività all’appartamento abbiamo costruito insieme un ponte che ricordi quali passi sono necessari. Servirà alle ragazze, ma servirà anche a noi e a tutti quelli che sono e saranno coinvolti in questo accompagnamento per non dimenticarci dove stiamo andando.


Non è proprio simmetrico, ma nessuno vuole essere troppo perfetto, nemmeno il nostro ponte!

lunedì 12 luglio 2010

il sabato del villaggio...nell'atelier moldavo



Modello: la donzelletta che vien dalla campagna...moldava

Collezione: Primavera-Estate-Autunno...ovviamente, rigorosamente moldavi

Composto da: ie (= camiciola) in puro lino con preziosi ricami colorati (verde, nero e rosso, tipici moldavi) e manichette arricchite da orli all'uncinetto, catrinţă (= gonna da legare in vita) in lana grezza multicolore, brîu (= cintura senza fibia da legare) con motivi geometrici

Style & Design: signora Ecaterina

Testimonial: me



Scherzi a parte, quest'abito tradizionale è stato confezionato a mano da alcune donne che lavorano per un'associazione che promuove il recupero e la conservazione dei tradizionali metodi moldavi di tessitura e ricamo con fibre naturali (metodi che oggigiorno in Moldova sono quasi del tutto andati perduti, perchè poco remunerativi, faticosi e soppiantati dal mercato di manufatti molto più economici - e scadenti - che arrivano dall'estero, tipo Cina) creata dalla signora Ecaterina Popescu, gentilissima e pimpante insegnante sulla cinquantina, nella sua scuola di Clişova Noua, un villaggio a circa 70 km da Chisinau. Qui si fanno praticamente solo su ordinazione tappetti di lana multicolore con motivi tradizionali, costumi tipici per gli ensamble di musica folclorica moldava, carinissime borse e portamonete in lana grezza, speciali "asciugamani" in cotone e stole ornamentali che si usano per avvolgere le icone dei santi e per celebrare i matrimoni, altre stoffe ricamate e oggetti per decorare gli ambienti della casa...

La signora Ecaterina e un mega telaio del laboratorio

Quello che più colpisce quando si visita la sede dell'associazione (ricavata all'interno dei locali ormai sfitti di una grande scuola-asilo "sovietica" frequentata oggi da soli 60-70 bimbi provenienti dai 3 villaggi vicini, che in totale mettono insieme circa 2000 anime) è la voglia di raccontare della signora Ecaterina, che ci tiene molto a spiegare il suo grande desiderio: quello di mantenere vivi i metodi tradizionali di produzione al telaio (quelli di legno, che a guardarli ti sembrano un po' rudimentali ma che funzionano alla grande) convertendoli in laboratorio pratico-culturale per bambini e lavoro remunerato per le donne-mamme-casalinghe della sua comunità. Per combattere la perdita delle tradizioni più tipiche e, una volta, diffuse, della sue terra, impregnate da una fortissima identità rurale, questo le sembra un buon modo per mantenere e tramandare le usanze che caratterizzano la sua cultura. Non so da quanti anni mandi avanti questo progetto, divenuto nel corso del tempo una vera e propria impresa, che mostra con orgoglio a tutti i suoi visitatori (guidandoli anche nella breve visita a due grandi stanzoni-museo con vecchi strumenti per la filatura e strani cimeli della zona).

Nel salone-museo

Oggi, il problema a cui deve far fronte la mini-impresa della signora Ecaterina è la mancanza di sbocchi di vendita diversi dai canali battuti fino ad oggi dall'associazione (esposizioni dedicate all'artigianato, eventi dedicati al folclore locale...). La signora Ecaterina racconta che le donne che ricamano e tessono per lei le chiedono sempre di lavorare, ma lei non ha poi di come pagarle: le vendite vanno a rilento, e per di più i suoi clienti sono solo persone che capiscono il vero valore dei manufatti, quindi pochi e con un certo status (presumo, quindi, molti stranieri come me e moldavi nostalgici).

p.s. Confesso che mi fa un po' strano auto-postarmi la foto in abiti tradizionali...però parlare della signora Ecaterina e la passione che ci mette per mandare avanti la sua associazione e il suo benefico ritorno sulla comunità meritava un posticino nel blog, no?

domenica 4 luglio 2010

Sano e Selva!



E' passata una settimana dal mio ritorno dalla selva beniana ( nella regione del Beni) ed è andato tutto bene.

Sono partito lunedì 21 con Giovan ed Edwin, due tecnici di Caritas, in direzione Santa Cruz. C'è solo una strada che collega le due città (dopo La Paz il secondo e il terzo centro urbano più popoloso del paese) con una corsia per senso di marcia non sempre asfaltata.
Dopo tre ore di jeep siamo passati dai 2700 Mt. di Cochabamba alle pianure del tropico boliviano, il caldo umido si fa sentire nonostante sia inverno.

Prima di arrivare a Villa Tunari ci fermiamo ad un posto di controllo ed i militari di turno ci ritirano le tre taniche di benzina che avevamo riempito a Cochabamba. Perchè? Bene , entrando della zona calda della produzione di cocaina non si possono portate più di 20 litri di benzina in quanto sia l’ingrediente fondamentale per macerare le foglie di coca. Tutta la benzina che entra legalmente e che si vende nei distributori è colorata di rosso e non si può usare per la produzione della polvere bianca mentre tutta la benzina che entra illegalmente, occultata in doppi serbatoi, viene venduta a 11 Bs. litro ( contro i 3 della benzina legale).Non abbattuti dal brutto inizio dell'avventura ci fermiamo per mangiare un Suruby, un pesce che si pesca delle acque dei fiumi della regione del Chapare.

Riprendiamo il viaggio e arriviamo a Santa Cruz alle 20.00. E’ una città molto più grande di Cochabamba e molto più "occidentale". In questa zona ci sono grandi latifondi e per la prima volta ho visto macchinari come trattori, aratro meccaniche e magazzini immensi di soya e riso. Nelle comunità di Cochabamba si zappa ancora a mano o con l’aiuto di un bue.

Dopo la notte a Santa Cruz partiamo per Guarayos. Altro cambio di regione, entriamo nel Beni ed il paesaggio si travolge nuovamente. Le terre sono immense e si perdono a vista d'occhio, intorno all’unica strada d'asfalto si vedono prati, mucche e tanta tanta vegetazione.
Arrivati a Guarayos ci incontriamo con don Segundino, un integrante dell'Mst. Ancora una ora e mezza di strada asfaltata poi.. entreremo nella famigerata foresta amazzonica.

La natura è regina, il sentiero stretto è sovrastato da una fittissima vegetazione che a stento fa passare i raggi del sole. Continuiamo con la jeep nonostante le difficoltà fino a quando ci impiantiamo in un pantano. Sono le 17.00, tra due ore scende il sole e.. arrivano i mosquitos. Tentiamo in tutti i modi ma non riusciamo a uscire dal buco dove ci siamo impiantati. Segundino entra a piedi per andare a prendere una pala che hanno a Tierra Nueva ( l'insediamento umano dell'Mst che stiamo andando visitare), noi ci prepariamo per la notte in jeep. Chiudiamo tutte le porte nonostante faccia un caldo immane ed il rumore dei morquitos si sente anche da dentro.. saranno milioni. Come se non bastasse i miei compagni di viaggio decidono di accendersi, in 3 metri cubi di aria respirabile, una sigaretta rendendo così l'aria ancora meno respirabile, se fosse stato possibile. Apriamo le due porte del retro per far passare un po’ d’aria e tendiamo una zanzariera , molto meglio ma essendo sistemato praticamente del bagagliaio sono allo scoperto da qualsiasi tipo di animale carnivoro e affamato. Edwin mi passa un machete. Sono le 18.00 e il sole risorgerà alle 6.00. Sarà lunga.

Non faccio a tempo a preoccuparmi per la situazione che arrivano tre angeli, anzi, tre menoniti super tedeschi alti due metri. Perché angeli? bhe perché erano in jeep e dopo un'ora di tentativi riescono a tiraci fuori con un cavo d'acciaio! Una volta fuori dal buco non possiamo che tornare indietro sui nostri passi e ci riusciamo grazie all'aiuto del Gps satellitare che ci indica la direzione in cui andare. Ci sono molti sentieri e sentierini formati dagli sfruttatori di legname che portano in tutte le direzioni!

Arrivati alla strada asfaltata ci fermiamo in un piccolo paese dove una famiglia ci ospita in una capanna. Riforniamo la jeep di benzina comprata in un negozio di bibite, montiamo i morquiteros e andiamo a dormire.

Il giorno dopo ci sveglia la tenue luce del sole, ci prepariamo e entriamo ancora nella selva. Arriviamo allo stesso punto dove ci eravamo impiantati la sera prima e ci ricongiungiamo con don Segundino che ci guida fino a Tierra Nueva. A mezz'ora dalla comunità lasciamo la jeep e proseguiamo a piedi. Qui il sentiero è un corridoio inverosimile di 15 metri di larghezza e lungo qualche kilometro nel mezzo della foresta che segna il confine tra una proprietà e un'altra. Noi ne approfittiamo per non dover aprirci la strada con il machete.

Bevo un po’ d’acqua e continuo a camminare, mancano 30 minuti dal fiume Bentòn e poi sarà Tierra Nueva. Per passare il fiume bisogna camminare su un mucchio di tronchi d’albero ammassati dalla corrente che qualche mese fa ha spazzato via il ponte originario costruito dagli Mst. L’equilibrio necessario per poterlo passare è degno di un applauso finale.

Finalmente siamo arrivati, dopo 3 giorni di viaggio e 2600 metri di dislivello verso il basso.

Rispetto al sentiero percorso lo spazio è aperto e il sole picchia sulle nostre teste, incontriamo subito il primo accampamento costituito da due Pawichi (palafitte con il tetto di paglia) e siamo accolti da Don Pedro e Doña Isabel che stanno preparando una zuppa di riso con pomodoro e pesce appena pescato. Don Pedro ci racconta che questo è uno dei tre accampamenti base che hanno costruito, “ il prossimo è a due ore di cammino da qui”. Gli chiedo di spiegarmi come vivono e mi fa salire sul Pawichi, mi indica il suo giaciglio dicendomi che “di notte i mosquitos sono tantissimi e la zanzariera è fondamentale, così come l’altezza della capanna che ci protegge dall’umidità e dalle inondazioni “. Una piccola parte dalla capanna è destinata a conservare le scorte di cibo. Intorno a noi c’è un piccolo campo di mais e un campo più grande di Yuca. “Settimana prossima raccoglieremo il mais, poi prepareremo il terreno per la prossima semina” mi dice Don Pedro. Ci sono anche due alberi di papaya quasi maturi, ne approfittiamo per fare alcune foto tutti insieme.
Segni di una comunità in cammino verso la sua formazione.
Dopo le minacce ricevute nel 2009 da alcuni proprietari terrieri, le famiglie dell’Mst hanno mollato la presa facendosi vincere dalla paura e dalle difficili condizioni d’accesso alla terra. Nonostante questo alcune famiglie hanno continuato ad essere presenti sul territorio viaggiando sporadicamente e avanzando pian piano nella formazione della comunità.

Usciamo da Tierra Nueva non senza difficoltà ma alla fine arriviamo a Guarayos sani e salvi. E' giovedì mattina e inizia il viaggio i ritorno a casa. Arriveremo sabato sera solo dopo che lo jeep decise di abbandonarci a due ore da Cochabamba e che Carlos, un'altro tecnico di Caritas, venne a prenderci trainandoci fino a casa.



giovedì 1 luglio 2010

Sottosopra, ovvero 10 giorni da far girare la testa

Da poco rientrata nella nostra amata Chisinau, non posso fare a meno di pensare che lo slogan proposto quest’anno dalla FOM (Fondazione Oratori Milanesi) “Sottosopra, come in cielo così in terra”, che ha accompagnato l’avventura di tutti gli oratori feriali della diocesi di Milano e anche quella dei 10 giovani moldavi che abbiamo avuto con noi, fosse il più azzeccato possibile per quanto abbiamo vissuto.

Con i ragazzi moldavi nei giorni della formazione di Gallarate per i Cantieri della Solidarietà abbiamo cercato di mettere “sottosopra” i volontari italiani; non volevamo solo sconvolgerli con il racconto della realtà moldava, ma aiutarli a guardare le cose da un’altra prospettiva.

E poi sono stati i nostri ragazzi moldavi a trovarsi sottosopra negli oratori di Lissone che ci hanno accolto, prima completamente sommersi da una fiumana di animatori, poi rovesciati da una marea di ragazzini molto urlanti, costantemente invitati da tutti noi a riflettere, valutarsi, interrogarsi, e soprattutto osservare e imparare. Davanti a loro tutto un mondo con un’angolazione molto diversa da quella usuale!

E anche per me 10 giorni “rovescianti”. La stanchezza che temi ti abbatta, le traduzioni continue, gli errori, le gioie inaspettate, gli incontri che ti aprono il cuore, le relazioni che diventano più profonde, i limiti propri e altrui, le domande che nascono dentro, tutti questi e molti di più sono stati i passi di un cammino decisamente faticoso ma entusiasmante.

E per finire anche Avvenire, domenica 27 giugno, ha raccontato qualcosa di noi, tramite il mitico Malacrida! (Sergio perdonami, ma mi fa così ridere che ti abbia nominato un sacco di volte solo col cognome...)